Ora che sei
per un altro viaggio
più in alto
per un altro cielo
più azzurro, pare
a me, piccola
più chiaro
i m m e n s o
s’é fermato
un altro vagabondo
dentro ai tuoi occhi
s’è incantata
una mezza luna.
(foto: Tommaso Baldoni)
Poesie, lettere (2025 – 2026)
Ora che sei
per un altro viaggio
più in alto
per un altro cielo
più azzurro, pare
a me, piccola
più chiaro
i m m e n s o
s’é fermato
un altro vagabondo
dentro ai tuoi occhi
s’è incantata
una mezza luna.
(foto: Tommaso Baldoni)
Con lui era entrato
il sorriso nella stanza:
era scivolato
muto
dal mobile
all’orologio
alla mia guancia
al tessuto leggero dell’abito a fiori
al mio seno
lieve poi, lungo il muro del corridoio
giù, fino alla gattina curiosa.
Era come l’alito fresco
degli istanti prima dell’alba
quel suo sorriso
nella penombra le sue labbra
azzurre.
All’orizzonte
(spazio)
spira bellezza.
Le due da cinque erano lì, belle convinte, in blu sulla pagina della Moleskine, ma da un pezzo mi mancava la seconda strofa, quella da sette. Ricordai non so come di quando mi raccontavi che componevi i tuoi haiku su una panchina, in un parco che neanche so dove fosse, a parte il fatto che era lontano, per non dire in un altro mondo.
Le mie sillabe si erano perse di sicuro su quella panchina, poi tra i vialetti del parco immaginato, poi a salire su quell’edificio con le finestre alte sullo fondo. Erano andate tra i praticelli, gli alberi, intorno a te che ogni tanto guardavi in alto verso le nuvole, poi tornavi a casa e me lo raccontavi.
Le sillabe centrali si erano perse, il focus, il cuore forse. Già, la verità era che da un pezzo non avevo più un cuore mi sembrava, anche da prima dell’estate infernale lo sai? E da un pezzo non camminavo più componendo degli haiku e contando le sillabe con le dita, come ti raccontavo di fare. Da un pezzo anche non vedevo più l’orizzonte, ma te lo dico, qualche volta la bellezza dicevo di intravederla, pure al buio delle persiane chiuse. Lo dico ancora.
C’è come uno spiraglio dico, proprio lì, in mezzo a quello spazio che sembra vuoto.
Avevo parole
arenate
sulle sponde ghiaiose
tra gli indicibili orrori
delle mie ombre
e poi lì
il velluto verde
sotto ai miei piedi
e poi le carezze
di quel fresco oblio
delle piccole code
guizzanti
della musica
dei gorghi spumosi
della vita
di nuovo
a fluire.
Ora che non sei più
tra le righe
ora che non sei più
tra un passo
e l’altro passo
non so se anche tu sia ormai
tra i minuti dilatati
di queste lancette roventi
mentre un’altra volta prego
che il sole si celi
e nelle ultime ore della sera
siano vere
queste pennellate d’oro tra le foglie
questo nuovo alito di vento
da altre
vere
voci.
I
(ora che profumano i tigli)
Da sola
immobile
nel silenzio
del non desiderare
sul tuo nido
giorno
dopo
giorno
notte
dopo
notte
solamente
semplicemente
a covare
la vita.
(insegnami come)
II
Hai intrecciato le radici della terra
ai fiocchi delle tue nuvole
poi lì su quel ramo
tanto hai aspettato.
Ed ora tremo quando te ne vai
e piango quando ritorni
alle ali arruffate
ai due piccoli becchi protesi
a succhiare.
III
E poi ho pianto col nido vuoto!
Ho spiato ogni ramo, ogni tetto
ogni comignolo, il lampione
e tornando ancora a quel desolato
che ora mi pare sbilenco
con solo le foglie appassite, portate dal vento
nido
vuoto
e poi ho sorriso
col nido vuoto!
Vagheggiando le piccole ali
lontane
lontane
lassù
nell’azzurro
con sempre quei piccoli occhi
dentro agli occhi
e sempre
e sempre
aspettando che ritornino qui
a raccontarmi del cielo.
Avessi ali
risalirei
sempre
su per quelle linee perfette
fin dove
nel silenzio
piove solo luce
purissima
dal nostro Cielo
e da quaggiù
dalla nostra Terra
come da secoli
s’innalza
il sussurro
di quella
delle preghiere.

(nelle foto: Abbazia di San Vittore alle Chiuse, Genga – An)
Come il terzo tiglio
anch’io
a raschiare
il selciato
a succhiare
una goccia
e una goccia!
Ora ho di nuovo
una chioma a metà
un occhio
un sopracciglio
solo
una guancia
un labbro
e ho almeno cinque dita protese:
vivo a metà.
“poteva come tanti scegliere e partire, invece lui decise di restare”.
A te che non puoi scegliere invece!
e resti
quaggiù
orfano d’orizzonte
con la schiena rasomuro
all’ombra dei palazzi
tra lacrime
nero
rabbia
e giri l’angolo anche oggi
pregando
per uno spicchio
azzurro
cielo!
per un riflesso
giallo
sole
ma ti vedo:
hai ancora
spruzzi
di rosso
vivo
in mezzo al petto.
Salendo
sorbivano gli occhi e l’anima
il balsamo verde
dalle foglie lucenti
da tutte quelle chiome rigogliose
tremule al vento
dai fianchi boscosi
di punte smeraldine
dalle rocce dipinte
di cornici vellutate
e giù al ritorno
dove un raggio filtrava appena
nel folto
dal muschio odoroso.
Riportami lassù.