• Avevo parole

    arenate

    sulle sponde ghiaiose

    indicibili orrori

    delle mie ombre

    e poi lì

    il velluto verde

    sotto ai miei piedi

    e poi le carezze

    di quel fresco oblio

    delle piccole code

    guizzanti

    della musica

    dei gorghi spumosi

    della vita

    di nuovo

    a fluire.

  • Ora che non sei più

    tra le righe

    ora che non sei più

    tra un passo

    e l’altro passo

    non so se anche tu sia ormai

    tra i minuti dilatati

    di queste lancette roventi

    mentre un’altra volta prego

    che il sole si celi

    e nelle ultime ore della sera

    siano vere

    queste pennellate d’oro tra le foglie

    questo nuovo alito di vento

    da altre

    vere

    voci.

  • III

    Ho pianto col nido vuoto!

    Ho spiato ogni ramo, ogni tetto

    ogni comignolo, il lampione

    e tornando ancora a quel desolato

    che ora mi pare sbilenco

    con solo le foglie appassite, portate dal vento

    nido

    vuoto

    e poi ho sorriso

    col nido vuoto!

    Vagheggiando le piccole ali

    lontane

    lontane

    lassù

    nell’azzurro

    con sempre quei piccoli occhi

    dentro agli occhi

    e sempre

    e sempre

    aspettando che tornino qui

    a raccontarmi del cielo.

  • II

    Hai intrecciato le radici della terra

    ai fiocchi delle tue nuvole

    poi lì su quel ramo

    tanto hai aspettato.

    Ed ora tremo quando te ne vai

    e piango quando ritorni

    alle ali arruffate

    ai due piccoli becchi protesi

    a succhiare.

  • I

    (ora che profumano i tigli)

    Da sola

    immobile

    nel silenzio

    del non desiderare

    sul tuo nido

    giorno

    dopo

    giorno

    notte

    dopo

    notte

    solamente

    semplicemente

    a covare

    la vita.

    (insegnami come)

  • Avessi ali

    risalirei

    sempre

    su per quelle linee perfette

    fin dove

    nel silenzio

    piove solo luce

    purissima

    dal nostro Cielo

    e da quaggiù

    dalla nostra Terra

    come da secoli

    s’innalza

    il sussurro

    di quella

    delle preghiere.

    (nelle foto: Abbazia di San Vittore alle Chiuse, Genga – An)

  • Come il terzo tiglio

    anch’io

    a raschiare

    il selciato

    a succhiare

    una goccia

    e una goccia!

    Ora ho di nuovo

    una chioma a metà

    un occhio

    un sopracciglio

    solo

    una guancia

    un labbro

    e ho almeno cinque dita protese:

    vivo a metà.

  • “poteva come tanti scegliere e partire, invece lui decise di restare”.

    A te che non puoi scegliere invece!

    e resti

    quaggiù

    orfano d’orizzonte

    con la schiena rasomuro

    all’ombra dei palazzi

    tra lacrime

    nero

    rabbia

    e giri l’angolo anche oggi

    pregando

    per uno spicchio

    azzurro

    cielo!

    per un riflesso

    giallo

    sole

    ma ti vedo:

    hai ancora

    spruzzi

    di rosso

    vivo

    in mezzo al petto.

  • Salendo

    sorbivano gli occhi e l’anima

    il balsamo verde

    dalle foglie lucenti

    da tutte quelle chiome rigogliose

    tremule al vento

    dai fianchi boscosi

    di punte smeraldine

    dalle rocce dipinte

    di cornici vellutate

    e giù al ritorno

    dove un raggio filtrava appena

    nel folto

    dal muschio odoroso.

    Riportami lassù.

  • Avevo preso a stare in pena anche per il terzo tiglio. Non te lo dissi… erano così tante quelle che ti avevo riversato, mica potevo dirti anche che il terzo tiglio, quello a sinistra della mia camera, non si era svegliato, ecco. Il fatto é che alla fine dell’inverno i suoi vicini conficcati sul marciapiede del viale avevano iniziato a sbocciare le prime foglie, mentre lui era rimasto com’era, così, secco, scuro, come intirizzito. Ogni tanto aprendo le persiane lo sbirciavo ma era sempre uguale, così pensai che non ce l’aveva fatta. Mica tutti ce la facciamo no? A svernare. A continuare a bere tutte queste piogge malate. No.

    Ma il fatto veramente è che da quando anche quell’uomo è sparito le pene mi sembrano essersi moltiplicate, anche quelle remote, anche quelle che erano sembrate piccole al loro tempo si rincorrono, tutte quelle piccole pene comunque irrimediabili, quelle su cui non potevo scrivere di speranza, né potevo dire, né far nulla.

    Perché, se erano stati capaci di tagliare da un giorno all’altro anche tutti quegli altri alberi vivi e vegeti sull’altro viale lo sai, potevano benissimo non aspettare e far fuori anche questo, con una motosega una mattina e zac.